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venerdì 3 dicembre 2010

Gudea: un re statuario...

Per inaugurare questa seconda fase delle vita del blog dopo una lunga pausa - pausa più che giustificata, provate voi a mandare avanti un blog in mezzo a scatoloni, polvere e operai al lavoro - ho scelto di dedicare un post al sovrano mesopotamico che vanta il maggior numero di ritratti statuari, ventisette per la precisione. Certo, riassumere la figura di Gudea col semplice titolo di sovrano più "fotogenico" della millenaria storia mesopotamiaca sarebbe piuttosto ingeneroso, perché Gudea è stato ben altro. Tuttavia proprio per le sue statue Gudea viene ricordato e ammirato, magari senza sapere bene chi sia, in tutti i libri scolastici. Ma partiamo dall'inizio. Lagash, città della bassa Mesopotamia, non lontano dagli importanti centri di Uruk e Ur, non può certo essere annoverata tra i più importanti centri urbani sumerici; tuttavia è stata il palcoscenico di due significative dinastie che vantano nelle proprie fila celebratissimi sovrani quali Eannatum (il committente della Stele degli Avvoltoi) ed Entemena. E' ricordata, oltre per essere il luogo di ritrovamento delle statue (il nome attuale è Telloh), principalmente per la prima guerra documentata della storia, quella che la vide opposta, per una questione di confini, all'altra città sumerica posta in prossimità della confluenza dei due fiumi, Umma. Gudea fu sovrano della seconda delle due dinastie; fu amministratore saggio, ottimo diplomatico e uomo devoto al dio cittadino. Ed è proprio l'edificazione dell' E-ninnu, il tempio lagashita dimora del dio Ningirsu, che ha dato l'occasione a Gudea di rendere immortale il suo nome e la sua effigie. La costruzione o ristrutturazione di un tempio rappresentava motivo di orgoglio e di vanto per le classi dirigenti sumeriche esattamente come la costruzione delle grandi cattedrali dava lustro alle opulenti signorie rinascimentali. Con la ricostruzione dell'Eninnu Gudea affermava e certificava ad un tempo il suo potere e la sua ricchezza; perché la costruzione di un tempio tanto importante significava avere una solida situazione economica e una rete commerciale tanto ramificata da far giungere sino al limitare del golfo persico materiali esotici e prestigiosi. Preziose informazioni sull'influenza commerciale di Lagash provengono oltre che dalle già citate statue di Gudea (esse stesse in diorite, prodotto importato da Magan, l'attuale Oman), da due cilindri cuneiformi (oggi conservati al Louvre insieme alla grande maggioranza delle statue) nei quali il sovrano cita la provenienza dei materiali edili impiegati nell'edificazione del tempio: [...] nell'Amano, il paese dei cedri, egli raccolse dei cedri della lunghezza di 30 metri, dei cedri della lunghezza di 25 metri, [dei tronchi] di noce della lunghezza di 12,50 metri e li fece discendere dal loro paese [per via fluviale]. [...] da Umanum situato nel paese di Menua e da Basalla nel paese degli Amorrei, fece discendere grandi pietre [...] da Tidanum [situato nel] paese degli Amorrei, importò alabastro in blocchi [...] da Kaladag nel paese di Kimash fece entrare rame [...] dal paese di Meluhha fece venire su ebano [...] dal paese di Khakhum fece discendere oro grezzo [...] da Gubin fece venire giù quercie [...] da Madga fece discendere bitume e dal paese di Barme fece discendere argilla rossa.
Non sempre è facile identificare con esattezza la collocazione geografica di questi toponimi antichi; tuttavia sembra certo che l'elenco comprenda località poste in Turchia, Libano, Siria e addirittura Iran e India. Nel suo complesso, il reperimento di materiali per la costruzione dell'Eninnu delinea i contorni di un sistema commerciale estremamente sviluppato. C'è spazio anche per la poesia e la suggestione nel racconto della costruzione del tempio. Molto bella la parte in cui si racconta come la volontà divina si manifestò agli occhi di Gudea: Gudea vide, in quel giorno, in sogno, il suo Re, (cioè) il signore Ningirsu, (il quale) gli comandò di costruirgli la casa: gli fece contemplare l'Eninnu dai destini grandiosi. I volere del dio, quindi, si manifesta attraverso il sogno che, per essere inteso correttamente, necessita di un interprete che ne colga il significato nascosto. Per questo Gudea si rivolge ad una dea, Nanshe, sorella di Ningirsu. Ed ecco la descrizione del sogno che egli le fece: In un mio sogno ho visto un uomo la cui statura era come quella del cielo, come quella della terra. Quell'essere, per il capo pareva un dio, per i fianchi pareva Imdugud, per la parte inferiore pareva la piena, a destra e a sinistra gli stava un leone accovacciato. Egli mi comandò di costruirgli la casa. Ma io non ne ho inteso il pieno significato. Poi un sole spuntò per me all'orizzonte: si trattava di una figura femminile, chi era?, chi non era? Sul capo le sporgeva un'acconciatura adatta, in una mano teneva uno stilo d'argento, sulla tavoletta erano disegnate le "stelle del cielo buono". Essa era meditabonda. Vi era un secondo personaggio, con il braccio piegato teneva una tavoletta di lapislazzuli su cui disegnava il piano d'un tempio. Davanti a me collocò un corbello sacro, allestì una forma sacra e dentro la forma pose per me il "mattone del destino". Davanti a me stava un cespuglio al naturale e gli uccelli vi trascorrevano i giorni (mentre) un giovane giumento a destra del mio Re raspava il terreno verso di me. Il responso delle dea svela il significato allegorico delle immagini descritte da Gudea: la creatura ibrida, splendida e terribile allo stesso tempo, è Ningirsu stesso che palesa il suo volere. La dea pensosa era Nidaba/Nisaba, dea legata al mondo della conoscenza e dell'abbondanza delle messi, che sembra consultare la posizione delle stelle in merito all'impresa che Gudea dovrà compiere; il personaggio con la tavoletta di lapislazzuli era il dio Nimdub che indica misure e materiali per la costruzione; il nido di uccelli nel cespuglio era un invito a non perdere tempo mentre l'asino era Gudea stesso che doveva scavare le fondamenta del tempio.

domenica 21 marzo 2010

Ebla, la città bianca


La riscoperta del vicino oriente antico è avvenuta nel corso del XIX secolo ad opera di inglesi, francesi e, in seconda battuta, tedeschi. Il contributo dell'Italia è stato indubbiamente minore, lo testimoniano la qualità delle collezioni conservate nei diversi musei nazionali (Louvre e British museum in primis). Non che i Savoia fossero indifferenti al fascino delle antichità esotiche: semplicemente preferivano di gran lunga l'incomparabile monumentalità dell'Egitto. Non a caso il museo egizio di Torino è, al mondo, il secondo per importanza dopo quello del Cairo.
Diciamolo pure: l'Italia in medioriente è arrivata oltre tempo massimo. Ciò non toglie che, a partire dagli anni sessanta, il nostro paese si sia impegnato con alcune missioni archeologiche in medioriente.
Una in particolare ha rappresentato la svolta e il salto di qualità del nostro settore scientifico in questo ambito di ricerca.
Tell Mardick, nella Siria nordoccidentale, ha sempre suscitato grande curiosità nei ricercatori che lo visitavano. Il perché è presto detto: si tratta di un tell dalla forma circolare e di notevoli dimensioni, quasi 200 m di diametro, circondato da un poderoso terrapieno di forma ovale. Il terrapieno misura circa tre chilometri e nei punti più alti supera i quindici metri d'altezza.
Nessuno negava il fatto che si dovesse trattare di un centro di notevole importanza, ma l'identificazione di un tell con una città (nota o meno dalle fonti epigrafiche di tutto il vicinoriente) non poteva avvenire fino al ritrovamento di un prova documentale. Talvolta può bastare un'iscrizione in situ a fornirci il toponimo, ma in casi di dubbia localizzazione originale del reperto si rende necessario il ritrovamento dell'archivio cuneiforme.
Sono occorsi più di dieci anni di scavi per venire a capo dell'enigma di Tell Mardick; dieci anni di significative conferme sull'importanza del centro, prima tra tutte l'esistenza di un "palazzo monumentale" che indicava con certezza l'esistenza di una classe dirigente organizzata e ricca.
Tuttavia non mancavano le ipotesi di identificazione: tra le tante la più ambiziosa era certamente quella che individuava in Tell Mardick il luogo dove sorgeva la città di Ebla, un toponimo notissimo, diffuso in tutto il medioriente. Le fonti epigrafiche descrivevano Ebla come una città ricca e potente, centro di una rete commerciale che andava dall'Anatolia alla Mesopotamia. La comunità scientifica internazionale non nascose il proprio scetticismo verso un'identificazione tanto ambiziosa: sembrava quasi che questi italiani, gli "ultimi arrivati" nella corsa alla riscoperta del Vicino Oriente, si affidassero al sensazionalismo per nobilitare la propria posizione. Fu nel 1975 che le fatiche della missione archeologica italiana in Siria, guidata dal prof. Paolo Matthiae, vennero premiate con il ritrovamento, in un ambiente del cosiddetto Palazzo G, di un vastissimo archivio cuneiforme.
Le prime sommarie analisi testuali misero subito in evidenza come la lingua fosse del tutto originale (a differenza della grafia che era la stessa usata nel III millennio in Mesopotamia).
L'importanza del ritrovamento non consisteva solo nella conferma dell'identificazione di Tell Mardick con Ebla, ma soprattutto nel ritrovamento, per la prima volta, di un archivio cuneiforme risalente al III millennio in Siria.
Dopo oltre quaranta anni di scavi e di studi si conoscono molti aspetti della storia eblaita. Le informazioni provenienti dallo studio dell'archivio cuneiforme ci hanno restituito l'immagine di una città fulcro di un impero commerciale capace di raggiungere non solo il medioriente ma addirittura l'Egitto e l'Afghanistan.
La conquista della città, da parte di Naramsin nel III millennio e di Murshili nel II, fu impresa degna di entrare negli annali di questi illustri sovrani.

Ci sono stato ad Ebla, era il 2001. Ero in compagnia di alcuni miei compagni d'università che ho perso ormai di vista. Magari un giorno li rincontrerò.
Era ormai tardo pomeriggio ma la luce pomeridiana non mi impedì di rimanere impressionato dal biancore del terreno e delle rocce calcaree. L'etimo stesso del nome della città sembra derivare proprio da questa particolarità del terreno (* 'abl => "rocce bianche").
L'area già scavata è stata restaurata in senso conservativo e trasformata in parco archeologico. Mentre visitavamo il sito ci siamo accorti che il terreno che calpestavamo era pieno di frammenti minuti di ceramica antica; pezzi di storia quotidiana persi nello scorrere del tempo. E io li calpestavo. Tutt'intorno ragazzini del luogo che tentavano di venderci frammenti di qualcosa che avevano trovato gironzolando per gli scavi.
Poi il sole iniziò davvero ad abbandonarci e in compenso si alzò un vento forte e caldo; per tutta la piana si alzavano nuvole di polvere bianca che, alla luce tarda del giorno, sembravano rossastre.
La notte ho dormito ad Aleppo, preso il famoso Hotel Baron, quello di Lawrence d'Arabia e Agata Christie. Dopo la doccia sono sceso al bar dell'Hotel e ho sorseggiato un whisky tra una sigaretta e l'altra.
Avevo visto Ebla, ne avevo respirato il vento del meriggio e avevo camminato sui sui frammenti.

giovedì 11 marzo 2010

La presa di Babilonia


Esiste una città nel vicino oriente che tutti conoscono e che immediatamente richiama alla mente scenari esotici di eccezionale suggestione: Babilonia (in accadico Bab-ilum, "Porta degli dèi").
Si tratta senza dubbio del centro urbano più noto e glorioso della storia del vicino oriente antico ma, contrariamente a quello che la maggior parte delle persone possono credere, solo in determinate e limitate fasi della sua storia fu sede di un grande potere politico e militare.
Le origini del centro abitato sono ancora ignote, ma è ormai appurato che Babilonia assunse una dimensione realmente "urbana" solo a partire dal 19° secolo a.C.; prima di questa data, che coincide con l'avvento di Hammurabi e della dinastia amorrea, il toponimo di Babilonia non trova riscontri significativi né nella documentazione epigrafica, né in quella archeologica.
All'inizio del II millenio a.C. raccolse idealmente la tradizione culturale sud-mesopotamica delle gloriose città sumeriche (Ur, Uruk, Eridu su tutte) in contrapposizione all'altra nuova potenza emergente, quella assira, sviluppatasi a nord.
Fu centro religioso importantissimo, sede del culto del dio Marduk, una vera "star" internazionale, non solo a livello mesopotamico, ma in tutto il medioriente.
Ed è a Marduk, o meglio alla sua statua, che è legata la storia di oggi.
Siamo alla fine del 17° secolo a.C. e una nuova potenza militare si stava affermando nel lontano altopiano anatolico. Gente nuova - venuta dalle sconfinate steppe russe, parlanti lingue nuove e incomprensibili - si era affacciata nella penisola anatolica tra la fine del III e l'inzio del II millenio a.C..
Ci vollero alcuni secoli prima che questa etnia, numericamente inferiore, si affermasse sul sostrato khattico e prendesse il controllo del potere come classe dirigente.
La prima a parlarne - chiamandoli Etei - è stata la Bibbia e, per molto tempo, si è dubitato della loro stessa esistenza. Oggi sono noti con il nome di Ittiti.
Fu un popolo socialmente poco coeso (caratteristica che ne ha limitato fortemente il potenziale) ma fortemente incline alla guerra. Balzò all'attenzione del mondo (di allora) per un'impresa compiuta dal secondo (e forse più glorioso) re della loro dinastia: Murshili I.
Dettaglieremo più avanti la storia di questo personaggio. Anticipo solo che fu, di gran lunga, il più "vincente" tra i sovrani ittiti. Molte sono le imprese militari che ha compiuto nella sua breve esistenza, prima tra tutte la presa di Babilonia.
Armatevi di una carta del medioriente, puntate l'indice su Ankara e il pollice su Baghdad. Questa è la distanza che Murshili coprì con un esercito di svariate centinaia di uomini: all'incirca duemila km. Se l'impresa vi pare poco significativa, dovete immaginare che all'epoca non esistevano strade, e le "rotte" - fossero esse commerciali o militari - erano sempre meno certe mano a mano che ci si allontanava da "casa". Nel frattempo, mentre si tentava di raggiungere la destinazione finale, era estremamente probabile cadere in imboscate tese da eserciti ostili che, tra l'altro, si avvantaggiavano della conoscenza del territorio.
Murshili non solo raggiunse Babilonia tutto intero, ma riuscì anche a predarla; non si trattò infatti di un'effettiva conquista: quella degli ittiti fu una vera scorreria che vantò loro un bottino di guerra ricchissimo, degno della più ricca delle città.
Ma non furono né ori né pietre preziose a rendere eterne le gesta di Murshili, ma il furto di qualcosa di ancora più prezioso e sacro: la statua di Marduk.
Le truppe ittite entrarono nell'E-sagila e ne profanarono il sancta sanctorum, laddove era custodita la statua del dio. La asportarono dalla sua sede e la esposero alla luce del sole, suscitando l'orrore dei cittadini; l'immagine del dio rappresentata nella pietra era, per i fedeli di allora, il dio stesso e la sua visone era ad un tempo sublime e terribile.
La statua infine venne condotta fuori dalla città per poi essere abbandonata lungo il percorso di ritorno a casa, forse a causa di un attacco da parte di un esercito nemico.
Il gesto, ovviamente, venne deprecato a livello internazionale e Murshili può essere tranquillamente annoverato tra i "maledetti" della storia del vicino oriente antico; tant'è vero che la tradizione letteraria voleva che su Murshili fosse caduta una maledizione mortale. E forse un fondo di verità c'è dal momento che, poco dopo il rimpatrio, Murshili cadde vittima di un attentato del vile Kantili che gli successe sul trono. In alto a sinistra l'immagina del dio Marduk sul drago Mashusshu.

lunedì 8 marzo 2010

Eridu: la prima città


Nessuna sacra dimora, dimora degli dèi in un luogo sacro era stata eretta, nessun giunco era spuntato, nessun albero era stato creato, nessun mattone era stato posto, nessuno stampo per mattoni costruito, nessuna casa era stata eretta, nessuna città era stata costruita....


Il passo precedente è tratto da un mito delle origini. Descrive un mondo primordiale, privo di ogni segno di civiltà, di ogni elemento riconducibile al mondo per come lo intendevano i sumeri. E’ da questo scenario primigenio che l’autore del mito colloca la fondazione di Eridu. La città di Eridu nell’immaginario sumerico rappresentava la prima città, il primo luogo in cui gli dèi del cielo posero una loro abitazione su questa terra.

Eridu è stata rintracciata tra le rovine di Tell Abu Shahrein, a meno di trenta chilometri dal sito di Ur, in un’area che ai tempi della fondazione risultava molto vicina alle acque del golfo. I depositi nei secoli del fiume Eufrate hanno allontanato di molto le rovine dal mare e anche il fiume si è allontanato, cambiando il suo corso.

All’epoca Eridu era una città unica nel suo genere, posta al confluire di tre ecosistemi: le acque dolci dell’area alluvionale del fiume, le acque salate del mare, e una vasta depressione paludosa, spesso invasa dalle acque, ai margini della quale venne fondato il centro urbano.

Fulcro del centro urbano era il tempio cittadino (E.abzu o E.engura), residenza del dio locale Enki, una delle massime personalità del pantheon sumerico. Era posto su un collina rialzata, nel mezzo dell’area depressa e, in seguito alle numerosissime ricostruzioni nel corso dei secoli, venne a trovarsi in una posizione dominante rispetto al resto dell’abitato.

L’immagine che si presentava agli occhi dei pellegrini in visita al santuario era quello di una montagna sospesa sulle acque. Nell’immaginario sumerico, l'intero creato fu originato dell’incontro di Abzu e Tiamat, le personificazioni delle acque dolci e salate. E’ chiaro che la visione di una città circondata dalle acque della palude, rese salmastre dalla vicinanza del mare, rappresentava il luogo perfetto in cui gli dèi avrebbero potuto collocare la loro prima e più antica residenza in questo mondo.

Eridu non ebbe mai l’importanza politica di altri centri come la vicina Ur, Uruk o Kish, tuttavia il suo prestigio, la sua importanza culturale rimase intatta per secoli anche ben oltre il periodo sumerico. Nella foto una ricostruzione della veduta del tempio di Eridu.